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Bruno Bertini
   
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barberingdi Graziano Barberini.

Non ho mai apprezzato Matteo Renzi, né per la sua estetica, fatta di camicie bianche e di passo svelto e petto in fuori similduce ( ma l’originale, come sempre, era migliore della copia), né tantomeno per la sua etica da furbetto, fatta di “Enrico stai sereno” con annessa pugnalata alla schiena.

Rabbrividisco ancora per i suoi anglicismi da provincia, per le sue fake news e per il suo job act. In tempi migliori, si chiamavano cazzate e carta del lavoro, e poi statuto dei lavoratori. Anche da un punto di vista “ideologico”, se ancora si può usare un termine del secolo scorso, la miscela di La pira + Pannella, su cui faceva comunque premio un paraculismo fiorentino elargito in dosi generose, mi rendeva indigeribile la proposta renziana , resa ancora peggiore da un ottimismo di maniera, alla Silvio 2.0, per le magnifiche sorti e progressive che, immancabilmente, avrebbero caratterizzato il nostro radioso futuro.

Insomma, la palestra giovanile era stata la Ruota della Fortuna ed il pensatore di riferimento Mike Bongiorno, e si vedeva, quasi fosse una puntata della serie “giovani berluschini crescono”.
Ma in tutta onestà non era necessario aver frequentato un corso di politologia ad Harvard per capire che Renzi questo è e questo era, pari pari, anche nel 2014, quando lo votò il 40,8% degli italiani i quali, sia chiaro, non sono tonti, ma semmai “paraculi” come Renzi e più di Renzi .

Allora votarono per gli 80 euro, oggi, intascato l’obolo, hanno votato per il reddito di cittadinanza, cioè per la pensione a venti anni, che nell’istogramma delle ricerche su Google ha rivelato un’ impennata nel giorno precedente alle elezioni che ricorda molto il profilo del Cervino visto da Zermatt. Certo, nell’esito elettorale hanno pesato anche le sciagure della Fornero e dei flussi migratori, ma è di tutta evidenza che i due temi erano sul tappeto del dibattito politico già da prima del 2014.
E così, come sempre succede in Italia da secoli, dopo il 25 luglio è arrivato ‘8 settembre . Boccia, Marchionne e confindustria varia hanno cambiato cavallo, scaricando il povero Renzi e sbracciandosi in attestati di apprezzamento per i vincitori di oggi, fino a ieri inesorabilmente derisi. Addirittura l’ottimo Scalfari, non pago di essere stato fascista con i fascisti, socialista con i socialisti, piddino con il PD non dispera di diventare grillino con Grillo ( ma forse scherzava…). E morti di sonno che senza Renzi avrebbero potuto aspirare , forse, ad un assessorato a Roccacannuccia, diventati grazie a lui deputati e/o ministri, già si scoprono “critici”, ammiccano ai nuovi padroni e passano con disinvoltura dal servo encomio al codardo oltraggio verso lo sconfitto. Vogliamo addentrarci in sottili analisi politologiche o in dotte riflessioni sociologiche ? Non servono.
Basta ed avanza il vecchio maledetto assunto, da alcuni riferito al Guicciardini, del “Franza o Spagna, purchè se magna”.
Ed ha ragione Marcello Veneziani, che alcuni gorni or sono ha scritto ne “Il Tempo”: “L’onore delle armi ad un grande ministro dell’interno, Marco Minnitti, battuto a Pesaro da tal Ceccotti, furbetto dei finti rimborsi eletto a furor di popolo tra i grillini.
Onore a lui e disonore al popolo sovrano!”

Commenti   

#1 Rumba 2018-03-13 13:14
Renzi ormai è archiviato, come forse anche il PD almeno in questa forma. Mi piacerebbe un tuo giudizio invece su quello che sta succedendo a destra. L'ascesa di Salvini e la conquista di FI ormai inarrestabile era prevedibile per ragione anagrafiche. Invece assolutamente imprevisto è stato, mi ha colpito nella quantità, la surroga da parte della Lega della Destra Sociale. Che rischia di non esserci più perché FDI per loro ammissione sono altra cosa e non scollinano e CP e Forza nuova non prenderanno più parlamentari.
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