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Bruno Bertini
   
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barberingdi Graziano Barberini.

Penso che non sia male analizzare in profondità il senso ed il significato della resistenza e del 25 aprile, esaurita ormai la fase delle polemiche tuderti sulla ricorrenza , che francamente hanno avuto il sapore delle solite baruffe mediatiche tutte interne ad un ceto politico distante dai cittadini , i quali se ne sono altissimamente fregati di entrambe le celebrazioni, sia di quella cosiddetta “istituzionale” della giunta Ruggiano sia di quella definita “di parte” dell’ANPI, pure supportata da volenterosi “compagni” dei castelli romani in trasferta.

Renato Mannheimer ha di recente pubblicato un sondaggio secondo il quale il 35% degli italiani non sa neppure cosa si festeggi il 25 aprile, mentre il Presidente Mattarella ebbe a definire la Resistenza un “moto di popolo”. Ma come è possibile che un moto di popolo, e quindi basato sull’adesione delle masse, cada nel dimenticatoio e nel disinteresse generale?

In verità la resistenza non fu un fenomeno ne’ di massa ne’ di popolo, e la storiografia ha ormai fatto luce su quegli anni lontani che, in una nazione di 45 milioni, vide contrapporsi in una guerra civile feroce due minoranze, di cui quella partigiana era più minoranza di quella fascista, mentre la grande maggioranza della popolazione, distrutta nello spirito dalla “morte della patria” causata dall’8 settembre e prostrata nella vita materiale dalla durezza della guerra, semplicemente se ne stette in disparte alla finestra, pensò solo ai fatti suoi e attese che passasse la nottata.

E se al nord in molti non risposero ai bandi di Graziani, al sud i richiami alle armi “finirono per dar luogo ad un vero e proprio rifiuto d’obbedienza di massa, con tumulti, scontri a fuoco , incendi di distretti” (R. De Felice. La Guerra civile, Einaudi 1998, pag.99)

Renzo De Felice riporta una dichiarazione di Ferruccio Parri che dice :” nel febbraio ‘44 potemmo annoverare circa 9.000 uomini raccolti in formazioni, per modo di dire, regolari”.

Continua De Felice “ non ci pare il caso di soffermarci sulle cifre fornite da Parri per il periodo successivo: ottantamila partigiani in bande di montagna a cui si aggiungevano formazioni di pianura e cittadine che portarono a circa 200.000 mobilitati nel colmo dell’estate, per calare nell’inverno del 1944 dopo i grandi rastrellamenti tedeschi e poi risalire nell’aprile 1945 a circa 200.000 e raddoppiarsi addirittura dopo il 25 aprile” (R. De Felice op. cit., pag. 160 segg.)

partigiani

Lo stesso De Felice cita la tabella pubblicata da Luigi Longo in “Un popolo alla macchia” sui lavori delle apposte commissioni post belliche che riconobbero la qualifica di combattente a 235.000 partigiani e di patriota a 117.000 civili, e poi cita lo studio di A. Clocchiatti (Testimonianze di un militante, Verona 1991 pag. 54) secondo cui i partigiani combattenti sarebbero stati forse 50.000, mentre il resto sarebbe frutto di un gonfiamento operato dai partiti.

Viene infine citato il lavoro di V. Ilari, Storia del servizio militare in Italia, che stima alla vigilia dell’insurrezione circa 130.000 partigiani e 72.000 patriotiChiosa il De Felice ” anche questi dati sono però, assai probabilmente, specie per i patrioti, da considerare approssimati per eccesso” (op. citata , pag 162)

E Raffaele Cadorna scrisse che “ il numero dei partigiani all’atto della liberazione crebbe a dismisura, un semplice fazzoletto rosso al collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in un partigiano persuaso di aver acquisito larghe benemerenze” (La Riscossa, pag.160)

rsiPer quanto riguarda le forze della RSI, De Felice cita un prospetto di fonte tedesca utilizzato da Mussolini in cui si parla di 780.000 uomini, di cui 520.000 militari e 260.000 lavoratori militarizzati (op. cit. pag.308).

Pino Rauti e Rutilio Sermonti, riferendosi al medesimo documento , sostengono che i tedeschi avevano arrotondato per difetto, e comunque rilevano che “ gli almeno 150.000 prigionieri di guerra che, dopo l’8 settembre, posti difronte alla scelta dei due governi e delle due Italie, rifiutarono di collaborare, aderirono idealmente alla RSI” (Storia del Fascismo, CEN 1978, pag.264: sulla storia dei non collaboratori può essere utile leggere Fascist’s Criminal Camp di Roberto Mieville, reperibile nel web)).

Scrive De Felice: “ Il fascismo repubblicano e il movimento partigiano nacquero autonomamente l’uno dall’altro ad opera di piccoli gruppi spontanei, in genere o fortemente motivati o costituiti da elementi che fecero le proprie scelte di campo in modo che non è esagerato definire casuale, in forza di circostanze, di rapporti personali, di influenze ambientali, di stati d’animo che oggi possono apparire incomprensibili ma che si capiscono bene appena si pensi allo sfascio morale e materiale provocati dal dramma dell’8 settembre e al desiderio di reagirvi” (op. cit. pag.102)

Al riguardo è emblematico il caso del gen. Solinas che, fedele all’onore militare e nonostante le sue convinzioni fasciste, alla testa dei suoi Granatieri sparò sui tedeschi a Roma a Porta San Paolo poi, schifato dalla fuga del Re, rispolverò la sua sciarpa littorio ed aderì alla RSI, durante la quale fu comandante delle regione militare Lombardia.

C’è poi una visione favolistica fondata su una palingenesi che divide con un taglio netto il male (fascismo) dal bene (resistenza).

palmiro togliattiUna favola sciocca, di cui Togliatti si rese ben presto conto, tanto che da ministro della giustizia dei governi Parri e De Gasperi lasciò perdere i propositi di epurazione integrale ed intransigente, e anzi varò la famosa amnistia che reintrodusse i fascisti nella vita civile della nazione, convinto che vent’ anni di vita nazionale non potessero essere recisi con un taglio metto che avrebbe significato processare le intere classi dirigenti del paese.

Anzi, il Migliore si prodigò, attraverso Giancarlo Pajetta, per “recuperare “i giovani combattenti della RSI, dopo che molti intellettuali ex fascisti erano già passati nelle fila del PCI (si pensi a Ingrao, a Zangrandi, a Bilenchi, a Lajolo, a Chilanti e a tanti altri), tanto che Pecchioli avrebbe mostrato a Lando dell’Amico un documento della Direzione del PCI da cui risultava che ai primi anni ‘50 “circa 34.000 giovani e meno giovani “erresseisti” (questo è il termine adottato a Via delle Botteghe Oscure al posto del vieto “repubblichini”) erano tracimati a sinistra…” (Paolo Buchignani, Fascisti Rossi, Mondadori 2007, pag. 51).

Insomma, i partigiani, come i fascisti, erano pochi ed entrambe le parti misero in atto comportamenti sanguinari ed esecrabili come anche episodi di eroismo e di coraggio. E’ così in tutte le guerre civili, anche se in Italia, fino alla pubblicazione di “ Una Guerra Civile” (1991, Bollati Boringhieri) dell’ex partigiano Claudio Pavone, a sinistra era vietato parlare di resistenza come di guerra civile, potendosi parlare invece solo di “ guerra patriottica”.

Nè puo’ essere sottaciuta la prevalenza comunista nell’ambito della resistenza, che certo ebbe presenze significative, ma nettamente minoritarie , anche in ambito cattolico e liberale. I comunisti , bene organizzati nelle Brigate Garibaldi, non combattevano per la libertà, ma , legittimamente ed essendo appunto comunisti, per il comunismo, accoppavano anche i partigiani che non la pensavano come loro (e’ nota la strage di Porzus contro i partigiani bianchi della Osoppo), stavano dalla parte dei titini infoibatori perche’ se ne fregavano dell’Italia e volevano la dittatura del proletariato.

partigiani 1Non si fermarono neppure dopo il 25 aprile, se è vero che “ il 31 maggio 1945, in un colloquio con l’ambasciatore dell’Urss in Italia, Kostylev, Togliatti sostenne che i fascisti fucilati alla fine delle guerra erano stati 50.000…E la stessa cifra ce la offre Pisanò nella conclusione della sua Storia della guerra civile italiana alla pagina 1611” (G.Pansa, Il sangue dei vinti,Sperling e Kupfer editori, 2003, pag.371).

Per sua natura, dunque, il 25 aprile sarà sempre una festa divisiva per chi si rifà alla memoria di quelle che allora furono le” minoranze attive”, non sentita dalla grande maggioranza del popolo italiano e distante dal profondo sentimento nazionale.

Perché una nazione e’ TUTTA la sua storia, senza cesure e senza parentesi, senza retorica e senza anatemi, senza parti giuste e senza parti sbagliate, e francamente invidio la Russia di Putin che innalza i monumenti agli zar, restituisce l’antico nome di Pietroburgo a Leningrado ma nelle feste nazionali fa sfilare anche le bandiere dell’Armata Rossa.

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Meglio, molto meglio sarebbe festeggiare il 2 giugno come data fondativa della Repubblica di tutti gli Italiani, regolata da una Costituzione che, ha scritto di recente Sabino Cassese, è il frutto della sintesi di culture politiche diverse (liberali, marxiste, cattoliche e non solo) perché, cito testualmente Cassese “,si possono comprendere le norme costituzionali sul patrimonio culturale ed artistico e sulla scuola ignorando l’elaborazione , in periodo fascista, ad opera di Giuseppe Bottai, di Santi Romano, di Mario Grisolia, della legislazione sulle cose dell’arte e della carta della scuola, quindi senza riconoscere che la costituzione antifascista ha raccolto anche l’eredità del fascismo? (La costituzione settant’anni dopo. Una sintesi di tante ispirazioni ideali - Corriere della Sera 9 aprile 2018).

Ecco perche’ festeggio il 2 giugno come festa degli Italiani mentre il 25 aprile, anche in forma “istituzionale”, festeggio solo San Marco evangelista.

Commenti   

#1 Filippo Linotti 2018-04-29 16:24
Caro Barberini e tu pensi che gli ultras della resistenza o gente in malafede alla fiano possano aver compreso!!! Complimenti comunque per l' analisi documentata e di certo non "partigiana". A proposito di 2 giugno, tu di certo saprai che negli anni 70, i compagni, quelli che si autodefiniscono di cultura superiore se non la quintessenza della cultura, andavano in fibrillazione durante la parata delle forze armate, vista da loro come una nuova invasione del nemico. Così tanto per far capire con chi dovremmo confrontarci.
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