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odoardodi Annamaria Calore.

Questa storia è frutto di testimonianze dal vivo da parte delle famiglie Quaglietti e Ricci imparentate tra di loro. Nonna Olga (classe 1912) moglie di Odoardo Quaglietti è deceduta a 103 anni ed amava raccontare i passaggi della vita familiare e sociale al nipote Simone. Giuseppa, detta Pina (classe 1937) figlia di nonno Odoardo e nonna Olga è in vita, Simone Ricci figlio di Giuseppa (classe 1977) ha due bambine in età scolare, le prime destinatarie di questa narrazione. Il taccuino da cui sono tratti passaggi e foto di famiglia esiste ancora ed è ben conservato.


Odoardo Quaglietti (classe 1910) viveva a Pesciano di Todi con sua moglie Olga e con la loro bambina di circa sei anni, Giuseppa, chiamata in famiglia Pina. Aveva già prestato, a suo tempo, il servizio militare obbligatorio quando, all’inizio del mese di febbraio del 1943, si vide arrivare la cartolina di richiamo per la guerra.

Odoardo era contadino, coltivava la sua terra a grano e girasoli, come del resto facevano anche i suoi numerosi fratelli, ed amava il borgo dove era nato, non lontano da Todi, la bella città umbra che si innalza su di un alto colle affacciato sulla media val Tiberina. Il borgo dove Odoardo era nato e viveva era, ed è ancora oggi, addossato ad uno dei castelli che si incontrano, scendendo dal colle di Todi e dirigendosi verso sud. Antichi castelli costruiti in difesa di Todi, come quello di Vasciano e Montenero con la differenza che, a Pesciano di Todi, non ci si arriva se non volutamente, lasciando la via principale e prendendo la deviazione che sale verso il poggio dove sorge il castello di Pesciano.
Odoardo, era preoccupato ma, comunque, si preparò a partire per la città di Pisa, dove si presentò, il 18 febbraio del 1943 al “Deposito 22 della fanteria” con la consapevolezza che, per quell’annata, non avrebbe potuto né seminare il girasole, né falciare il grano nel suo appezzamento di terra.
A Pisa, fu addestrato alla guerra per tre lunghi mesi e ricevette istruzioni per combattere contro le forze alleate. Poi, la notte del 18 maggio 1943 la partenza per la Sicilia e dopo quattro giorni l’arrivo ad Alcamo dove, dopo una sosta di tredici giorni, lui ed i suoi commilitoni ripartirono verso la città di Licata.
Nel piccolo taccuino che portava sempre in tasca, Odoardo annotò che “… raggiunta la sventurata città di Licata e dopo 40 giorni di continui bombardamenti, il 9 luglio, all’alba, iniziava il lancio dei paracadutisti. Lo sbarco nemico era incominciato. Terribili e persistenti i bombardamenti.
Dopo una vana resistenza dei nostri valorosi bersaglieri e della nostra artiglieria, il nemico riusciva ad impadronirsi della città di Licata con grandi perdite dei nostri uomini. Già in mattinata gli uomini della prima e della seconda compagnia furono fatti prigionieri. All’urto nemico e sino al tramonto, resisteva la terza compagnia e l’intera divisione 202 Costiera impegnata nel combattimento.
Si aspettavano dei rinforzi, ma "fu attesa vana!” Tantissimi furono i morti, i feriti ed i prigionieri. Già nella prima giornata di attacco da parte degli alleati, gli italiani subirono pesanti perdite. Il generale Guzzoni, comandante della Sesta armata in Sicilia, pur cosciente dell’inferiorità di uomini e mezzi, diramò l’ordine di contrattacco, facendo confluire, sull’area di Gela la divisione Livorno assieme ad un gruppo mobile di stanza a Niscemi, più la divisione tedesca Herman Goering, collocata a Caltagirone. Il piano di Guzzoni era quello di ricacciare nel mare il nemico ancora prima che potesse riorganizzarsi dopo lo sbarco; ma fu un tentativo disperato e la controffensiva italotedesca venne schiacciata dall’artiglieria navale alleata. Gli scontri terminarono nel primo pomeriggio del 12 luglio con la ritirata degli italo-tedeschi e con la cattura da parte degli alleati di quasi 20.000 prigionieri. Nonostante la situazione disperata, esistono precise testimonianze che attestano come i soldati italiani, in particolare le quattro divisioni Assietta, Aosta, Livorno e Napoli, furono sempre presenti sul campo di battaglia ed operarono con coraggio, nonostante la situazione senza via d’uscita nella quale si trovavano a combattere e fintanto che sopravvenne la capitolazione.
odoardotaccuino
Odoardo, preso prigioniero, annota nel suo taccuino: “… mi presero tutto, restai solo con la camicia e la bustina. Ci portarono al porto di Licata e la notte patimmo il freddo. I miei amici Rosati e Grasselli si misero vicini a me, stretti, per farci un poco di caldo…”.

Prigioniero tra altri italiani prigionieri, per Odoardo inizia un viaggio in nave che lo porterà in Tunisia, ove viene rinchiuso nel campo di prigionia francese numero XV di Biserta, e annota sul suo taccuino “… mentre si sbarcava al porto di Biserta, il porto era gremito da molte persone del luogo per vedere noi che sfilavamo, prigionieri di guerra, tra due file di sentinelle armate diretti al campo di concentramento. Ci sentivamo come leoni in gabbia!...” e poi ancora ad Algeri nel campo prigionia n. 134.
Nei due campi di prigionia, Odoardo passerà quasi un anno della sua vita. Poi, nell’ultima settimana dell’Agosto 1944, i prigionieri italiani del campo 134 furono imbarcati su di una nave, all’alba di una giornata che si preannunciava caldissima, senza sapere la loro destinazione.
Incominciò il viaggio per mare, in direzione nord ed alle ore 16 circa, Odoardo ed i suoi compagni videro passare, a poca distanza dalla nave/prigione, le belle coste della Sardegna.
“… noi prigionieri ci guardavamo l’un l’altro ma parole non uscivano dalle nostre labbra, mentre perdevamo la speranza di tornare alla nostra casa. E poi vedemmo allontanarsi anche la costa della Corsica e ci prese la paura e la disperazione…”.
Era il 30 agosto del 1944 quando Edoardo si rese conto che sarebbero sbarcati nel porto di Saint Tropez per poi raggiungere Saint Raphael dove sarebbero stati adibiti al lavoro di “sussistenza” per qualche mese per poi proseguire lo stesso lavoro ad Epinal. L’ultimo periodo di prigionia, dalla primavera del 1945, Odoardo lo passa a Mannheim, in Germania.
Nel frattempo la guerra era terminata ma di tornare a casa in Italia, ancora non se ne parlava ed i prigionieri italiani erano sempre più avviliti. Finalmente a Settembre del 1945 cominciarono i ritorni in Patria. Odoardo, nel lungo e periglioso viaggio di ritorno verso Pesciano di Todi, vide città e paesi colpiti dai bombardamenti, seppe di famiglie distrutte e di una Italia messa in ginocchio dalla guerra.
Per contrastare l’ansia e l’angoscia che lo attanagliava, si costringeva a pensare alla piccola Giuseppa ed immaginava a come l’avrebbe ritrovata cresciuta. Pensava a sua moglie Olga ed ai suoi fratelli che avrebbe abbracciato a breve.
E pensava, con preoccupazione, al suo appezzamento di terra che doveva essere, ormai, prossimo al riposo autunnale. Il lavoro di contadino che aveva fatto per anni, gli aveva insegnato che bisognava saper aspettare. Sì, avrebbe solo dovuto aspettare la nuova primavera, quella del 1946 per poter nuovamente seminare il girasole e vedere le piante crescere, fiorire e produrre i preziosi semi. La vita avrebbe ripreso il suo corso ed il suo taccuino, chiuso nel cassetto del suo comodino, avrebbe continuato a custodire i suoi ricordi di guerra insieme ai nomi dei suoi compagni di prigionia: Gaudenzio di Carpignano Sesia in provincia di Novara, Bortolo di Bergamo, Giovanni di Treviso, Elio di San Vito al Tagliamento, Sabino, Vittorio di Tripoli, Giuseppe di Corridonia e Giuseppe di Senigallia, Primo di Cremona e tantissimi altri commilitoni… tutti ragazzi ed uomini che, come lui, avevano lasciato le loro case, i loro affetti ed il loro lavoro per andare verso una guerra disastrosa dalla quale molti di loro non sarebbero tornati.
Quel taccuino è stato poi custodito dal suo unico nipote, Simone Ricci, che per anni ed anni lo ha conservato nel cassetto del comodino di nonno Odoardo, nella casa di Pesciano dove continua a recarsi ogni periodo natalizio ed in ogni estate. Ne avrebbe fatto rivivere le pagine per raccontare alle sue bimbe Serena e Sveva di quando il loro bisnonno dovette lasciare il suo paese, affacciato sulla Val Tiberina, il suo appezzamento di terra e la sua famiglia, per andare alla guerra.
Perché ai bambini bisogna far sapere quanto la guerra sia portatrice di morte per tutti e quanto, invece, il legame con la terra nella quale sei nato e gli affetti dei quali ti sei nutrito ed ancora ti nutrono, possano essere portatori di vita, per tutti.

Commenti   

0 #1 CarlandreaCaprossini 2017-11-06 10:29
Onori a quegli italiani che hanno dato la vita per la difesa della patria.
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