Bruno Bertini
   
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DANNUNZIOfinalebis


Il 12 settembre di 100 anni fa Gabriele D'Annunzio occupava con i suoi legionari la città di Fiume, per annetterla all'Italia.


Venerdì 29 alle ore 17, presso la sala affrescata dei palazzi comunali di Todi, dopo il saluto dell’assessore alla Cultura, Claudio Ranchiccchio, parleranno dell’impresa di Fiume  il Prof. Giuseppe Parlato,ordinario di storia contemporanea all’Università Internazionale di Roma e Presidente della “Fondazione Spirito-De Felice”, ed il prof. Manfredo Retti, professore emerito presso il Liceo Classico Jacopone.

 

Un appuntamento che vede il patrocinio del Comune di Todi e il sostegno organizzativo dell’associazione “Ex Allievi del Liceo Jacopone”,degli “Amici della Fondazione Spirito-De Felice “ di Terni, della OPES Umbria-settore cultura

Era il 12 settembre di cento anni fa ed un poeta proclamava con voce forte: ”Generale, faccia far fuoco su di me” indicando il petto su cui era appuntata la medaglia d’oro ed il distintivo di mutilato. Quel poeta era Gabriele D’Annunzio, e l’alto ufficiale del Regio Esercito era il Gen. Pittalunga, che tentava di sbarrare la strada ai congiurati di Ronchi.

Un brigadiere dei carabinieri urlo’ :”Indietro o faccio sparare”, ma un giovane tenente che  comandava la prima autoblindo rispose con un tonante “Me ne frego!” (motto che negli anni successivi ebbe una certa fortuna…), spezzò la sbarra e passò oltre.

Era iniziata l’impresa di Fiume, volta a riaffermare l’italianità della città di fronte alle incertezze della conferenza di Versailles. Nei 500 giorni della Reggenza Italiana del Carnaro gli accenti di un nazionalismo spesso esasperato si congiunsero con ansie rivoluzionarie che spaziarono dall’arte (Marinetti, Comisso, Toscanini furono a Fiume) alla politica, con la fondazione di una Lega dei Popoli oppressi, al disegno di un nuovo assetto costituzionale, con l’emanazione della Carta del Carnaro, che prevedeva un assetto corporativo dello stato , proclamava la “sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe e di religione” e riconosceva la proprietà “non come un dominio assoluto, ma come la più utile delle funzioni sociali”.

Il tutto in un ribollire magmatico di esperienze e di sensibilità diverse che fecero di Fiume l’avanguardia del ‘900 o , come la definì D’Annunzio, la “Città di Vita”.

   
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