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benedettivalentinidi Domenico Benedetti Valentini.

Partiamo da constatazioni oggettive. L’astensionismo rimane alto, un punto e mezzo in più delle ultime politiche 2013. Cresce notevolmente ancora il M5S, conquistando addirittura egemonia nel Sud e sul versante adriatico e diventando primo partito con oltre il 32%. Il centrosinistra è in rotta, con un’autentica frana del PD, sceso a meno del 19%. Scarsa la raccolta di LeU, di poco sopra lo sbarramento del 3%.

Il centrodestra come coalizione è maggioranza relativa col 37% complessivo, all’interno del quale cresce impetuosa la Lega fino a quasi il 18%, mentre Forza Italia scende a poco più del 14%, Fratelli d’Italia raddoppia rispetto al 2013 seppure non andando oltre il 4,3%. A bocce giocate, nessuno schieramento ha di per sé maggioranza governativa.

Prime osservazioni.

Avevamo valutato il giusto, lavorando quasi tre anni – purtroppo non avendo né forza politica né autorevolezza sufficiente per essere determinanti – in vista di una “quarta” aggregazione del centrodestra che desse un approdo a quanti, sentendosi in quest’area, non votano affatto o comunque non si affidano ad uno dei tre, pur importanti, partiti sulla scena. Un rassemblement di affluenti da destra e da altrove, con connotati nazionali, democratici, sociali, interclassisti, europeisti, modernamente liberal-conservatori, laicamente informati ai valori della civiltà cristiana, intergenerazionali (quando rifondammo “Controcorrente” la sottotitolammo “Incontro di generazioni”). Secondo noi, sarebbe stata una risposta non a pochi, ma a qualche milione di italiani disorientati, indispensabile perché il centrodestra fosse numericamente autosufficiente e programmaticamente molto più ricco e omogeneo e dunque convincente. Il progetto non è andato in porto. La quarta gamb(etta) o quarto simbolo elettorale comparso nella scheda non rispondeva affatto a questa identità, non andava incontro ad alcuna “domanda” reale e infatti non ha svolto alcun ruolo.

Precisiamo per l’ennesima volta che usiamo i termini “destra” e “sinistra” per pura convenzione, per collocare i riferimenti del momento, ma i rispettivi profili identitari si inquadrano più poco in queste parole. Il loro significato può riemergere solo se riaffiorano, con linguaggio del Terzo Millennio, sistemi di valori: negli schemi del ‘900 si chiamavano ideologie. Non le rimpiangiamo perché siamo cittadini del presente. Quel che è esiziale è il vuoto delle idee, riempito solo da ipercomunicazione, culto dell’immagine, precarie leaderships televisive e destini individuali. Figli di questa poltiglia sono anche gli esiti elettorali e gli stessi soggetti elettorali, i quali fanno a gara per accreditarsi a ogni costo come “nuovi” pur non essendolo nella sostanza.

L’antipolitica è un “sentiment” dilagante, che la stessa classe politica con le sue condotte ha innescato ed ora paradossalmente prova pure a inzupparci il biscotto. Renzi ha creduto di costruirci il suo successo, per un po’ ci è perfino riuscito gridando alla “rottamazione”, illudendo molti italiani e rilevando un PD che era allo sfascio. Ma il mestiere di rottamatore se lo era già intestato Grillo, abile nell’adottare uno slogan che “sa di destra” la mattina e uno che “sa di sinistra” il pomeriggio. Renzi, tra fastidiosa spavalderia e impoverimento della società inutilmente negato, è crollato sotto un crescente discredito e il M5S – in mezzo a due “proposte” politiche non convincenti, quella di “destra” e quella di “sinistra” – si è presentata come una specie di lista civica degli assetati di mitico “cambiamento” e di sfogatoio vestito da alternativa politica.

Si è presi i voti di migliaia di persone di destra e, da ultimo, anche migliaia di sinistra che hanno ritenuto M5S più idoneo del PD a contrastare il centrodestra. Così come nei comuni al ballottaggio vince sulla sinistra coi voti di destra e viceversa, così adesso ha raccolto di qua e di là. Fatto sta che rappresenta un terzo dell’elettorato votante ed escluderlo dalle formule di ammucchiata governativa e dalle cariche istituzionali non sarà facile. Piaccia o meno, la democrazia funziona così.

Non è un caso che l’unica formazione in grado di pescare nello stesso “sentiment” appare la Lega, ormai a valenza nazionale, che ha saputo mettere un momento in ombra il regionalismo federalista e ha lanciato con percepibile schiettezza parole d’ordine rispondenti alle pressanti richieste di buon senso (e dunque “di destra”) di milioni di italiani normali: su immigrazione, burocrazia, fisco, sicurezza, agricoltura, sovranità nazionale ed altre impellenti cose che il progressismo di sinistra schifa come politicamente scorrette. In fondo era logico che prelevasse molti voti dalla “alleata” Forza Italia, meno netta e meno credibile, che infatti scende ai minimi storici. A questo punto il centrodestra diventa a trazione leghista con processi di accelerato rimaneggiamento interno, che non tarderanno a manifestarsi.
Compito non facile, di fronte all’emergere di Salvini, resta a F.d.I. della Meloni che – gratificata dal sistema elettorale di un discreto pacchetto di seggi – deve inventare un proprio ruolo, non essendo risolutivo solo quello di “guardiano contro gli inciuci”.

Che non abbia vinto nessuna formula di governo, non è “colpa” del sistema elettorale, non peggiore di altri, ma del sistema politico italiano, diviso in tre blocchi con variazioni sul tema. E allora?

Improbabile un reiterato ritorno alle urne di tipo “spagnolo”: il Parlamento appena eletto, comprensibilmente non è disposto a sciogliersi. Inoltre è composto da due partiti che vogliono far fruttare la vittoria (Cinquestelle e Lega) e due che sono terrorizzati (PD e Forza Italia). Quindi, con motivazioni alte e nobili – governabilità, spread, mercati, Europa, dramma Meridione, crisi lavoro giovanile, ritocco legge elettorale et cetera – si provvederà a…….piegare i risultati elettorali all’esigenza di “dare un governo al Paese”, con confluenze anomale, i cui contraenti ne forniranno argomentate giustificazioni e gli esclusi ne tratteggeranno un profilo demoniaco.

Il centrodestra “si aprirà” a contributi volontari o stimolati? Si costruiranno “Nazzareni” tris tra parti di centrodestra e di centrosinistra? Il PD, dovendo in qualche modo reagire alla sconfitta, inaugurerà un “dialogo” con il M5S, facendogli da stampella pur di rendere vana la “vittoria relativa” di Salvini-Berlusconi-Meloni (l’ipotesi più degradante)?

I grillini cercheranno “maggioranze populiste”? Si apre comunque quella fase di media durata che abbiamo prefigurato come “implosione” del sistema politico; fenomeno che peraltro si è attivato in varie forme anche in altri Paesi europei.
Ci si permetta, di fronte agli autorevolissimi commentatori che si stanno esercitando in previsioni, di non esprimere le nostre. D’altra parte esse non interessano a molti e francamente il ruolo di profeta comincia a diventarci uggioso. Riparleremo degli sviluppi nelle prossime settimane con gli amici corrispondenti e con le comunità cittadine che, elezioni o non elezioni, ci piace frequentare. Sia lecito però in un ultimo punto ricordare qual è quello che da tempo segnaliamo come “il” problema democratico italiano: quello di lungo respiro, non della contingenza che può trovare sfogo in (inevitabili) manovre di giornata o di mesata o al massimo di stagione.

Nei nostri discorsi e manifesti abbiamo ripetuto: “Dare voce alla maggioranza degli italiani”. Questa è la vera sfida. E poiché le istanze profonde di una Nazione “sana” sono – con la precisazione di cui al punto 2) - di “destra”, la missione della Destra ovvero del Centro-Destra ovvero della Destra-Centro ovvero di un grande movimento civile, sociale e democratico di rinascita, è quella di convincere con argomenti provati e persone credibili non la maggioranza relativa degli elettori, conquistata a colpi di concorrenza tra alleati, ma la maggioranza vera o assoluta del popolo con un progetto che abbia più degli altri un fascino realizzabile. Se non si fa questo, si vivrà sugli alti e bassi del momento, su coalizioni farlocche, su tendenze umorali e leadership di pura immagine, su disinvolti salti tra partiti ridotti a comitati elettorali transitori, mentre le grandi crisi sociali e generazionali continueranno ad esplodere, in una comunità sempre più disarticolata negli egoismi e, perché non dirlo?, minacciata da un’infinità di corruttele coinvolgenti ogni ceto…..
Ma forse stiamo ricadendo nella tentazione di parlare di Politica e rischiamo di diventare noiosi!

   
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